Riconciliare agricoltura e conservazione attraverso le farfalle

di Michela Audisio

Quando pensiamo alla conservazione delle farfalle, immaginiamo soprattutto praterie alpine ed altri ambienti naturali o seminaturali. Più difficilmente pensiamo a campi agricoli come vigneti e risaie. Eppure, in un territorio come quello italiano, agricoltura e biodiversità condividono da secoli gli stessi paesaggi.

Orti Urbani Monte Ciocci, Roma.

È proprio da questa considerazione che nasce uno studio a cui sono particolarmente legata e che sono davvero felice di vedere finalmente pubblicato e condiviso con la comunità scientifica. Si tratta di “Reconciling agriculture and biodiversity: High-quality butterfly communities in Northern Italian agroecosystems”, recentemente pubblicato sulla rivista Global Ecology and Conservation. Questo lavoro nasce infatti da una parte della mia tesi magistrale, svolta sotto la supervisione di Simona Bonelli e Cristiana Cerrato, e rappresenta per me un risultato particolarmente significativo, perché mi permette di condividere con un pubblico più ampio una ricerca a cui ho dedicato una parte importante del mio percorso di formazione.

L’obiettivo dello studio era capire se, e in che misura, gli ambienti agricoli potessero avere un ruolo concreto nella conservazione delle farfalle, non soltanto in termini quantitativi (numero di specie e di individui), ma anche qualitativi, ospitando comunità ecologicamente distinte e specie di particolare interesse conservazionistico.

Lo studio utilizza i dati di monitoraggio delle farfalle raccolti in Piemonte tra il 2010 e il 2019 in quattro agroecosistemi: pascoli, vigneti, risaie e frutteti. Campionando le farfalle lungo transetti standardizzati posizionati all’interno dei campi agricoli. Sono state osservate 144 specie e oltre 21.000 individui.

Uno dei primi risultati che mi ha colpita è che le specie rinvenute nei quattro agroecosistemi rappresentano ben il 64,5% delle specie di farfalle conosciute a livello regionale. I pascoli sono risultati l’ambiente più ricco, con 118 specie, seguiti dai vigneti (80), dalle risaie (48) e dai frutteti (41).

Ma il risultato forse più interessante emerge guardando alla composizione delle cenosi.  Abbiamo infatti osservato che i quattro agroecosistemi ospitano comunità di farfalle significativamente differenti tra loro, ed il tipo di ambiente agricolo è risultato il principale fattore in grado di spiegare queste differenze. Questo significa che non ci troviamo semplicemente di fronte a un insieme di specie comuni e generaliste distribuite indistintamente nel paesaggio agricolo: ambienti diversi possono ospitare comunità con caratteristiche ed esigenze ecologiche differenti.

Approfondendo la composizione delle comunità e le loro caratteristiche ecologiche, abbiamo scoperto che ogni ambiente racconta una storia diversa. I pascoli ospitano la comunità più ricca e ben 71 specie indicatrici, comprese numerose specie montane e alpine. Nei vigneti sono state individuate 16 specie indicatrici, con una forte componente di specie xerofile e legate agli ecotoni. Le risaie, pur essendo meno ricche, ospitano una comunità peculiare con specie legate agli ambienti umidi, tra cui anche due specie protette, Lycaena dispar e Coenonympha oedippus, mostrando come possano funzionare come habitat sostitutivi delle zone umide naturali.

Questo non significa che qualsiasi ambiente agricolo sia automaticamente favorevole alla biodiversità. Intensificazione, pesticidi, omogeneizzazione del paesaggio e, in altri contesti, abbandono delle pratiche tradizionali rimangono importanti minacce. I risultati di questo studio suggeriscono piuttosto che non tutti gli agroecosistemi sono equivalenti e che, se adeguatamente gestiti, hanno un valore, in termini di habitat e risorse che possono offrire, da non sottovalutare quando si tratta di conservazione.

Lycaena dispar.

La conservazione delle farfalle nei paesaggi rurali non passa quindi soltanto dalla gestione della singola azienda o coltura. Diventa fondamentale preservare un mosaico agricolo diversificato, nel quale ambienti differenti possano offrire risorse e condizioni a specie con esigenze ecologiche diverse.

In un territorio sempre più trasformato dai cambiamenti climatici, dall’intensificazione e dall’abbandono, questo è forse il messaggio principale dello studio: agricoltura e conservazione possono (e forse devono) coesistere, ed anche i paesaggi produttivi possono contribuire alla conservazione delle farfalle, purché mantengano quella diversità di ambienti che caratterizza ancora molte aree rurali italiane.

Vorrei infine ricordare che questo studio è stato possibile grazie ai dati raccolti nell’ambito di una campagna di monitoraggio condotta in collaborazione con IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente) e ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), con il finanziamento della Regione Piemonte. Un lavoro di raccolta dati durato ben 9 anni, che ha reso possibile approfondire il ruolo degli agroecosistemi nella conservazione delle farfalle e che dimostra quanto siano importanti i programmi di monitoraggio a lungo termine per comprendere e tutelare la biodiversità.

Michela Audisio


Per saperne di più, leggi la pubblicazione originale:

Michela Audisio, Cristiana Cerrato, Susanna D’Antoni, Nicoletta Alliani, Maurizio Quirino, Simona Ferrando & Simona Bonelli, 2026 – Reconciling agriculture and biodiversity: high-quality butterfly communities in Northern Italian agroecosystems – Global Ecology and Conservation, Volume 70.